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Mannequin

Mannequin è il tema della mostra fotografica che ha come protagonisti questi oggetti strani e bizzarri, imitazioni di persone fatte da altre persone, simboli dell’uomo ma troppo perfetti e perciò visti come oggetti senza volto, senza tempo, senza sesso, senza personalità. Ma si tratta veramente di ritratti? Fuochi considera questi burattini come interlocutori di un dialogo interiore, e fa di loro quello che vuole: ritratti, sì, d’alta qualità, ma qualche volta sottili invenzioni cerebrali. In questa occasione i modelli diventano oggetti e gli oggetti inanimati diventano ombre, fantasmi, persone, parti del corpo umano, protagonisti di una storia fantastica, invenzioni un po’ bizzarre e a volte ironiche.
I manichini hanno un’inquieta filosofia: sono fantasmi che diventano continuamente realtà e di cui Enrico Fuochi ne ha fatto un uso frequente e non sempre rispettoso, cercando poi di umanizzarlo dando loro connotati e perfino visi. Anche il manichino è una maschera, ma quando questa maschera cade appare un’anima tormentata oppure il desiderio e il rimpianto di una vita che è sempre più artificio. Allora anche i protagonisti dei suoi racconti fotografici depongono ogni travestimento: c’è un manichino che si specchia e rivela vanità, uno che mostra una parte di seno con falso pudore, e uno che tenta di carpire i segreti del movimento che è a lui negato, toccando ingranaggi e macchinari che ne sono il simbolo. Il tutto poi si trasforma in sogno e incubi rappresentati da mosche enormi, esseri repellenti in netta contrapposizione a figure geometriche, coni e sfere, che con la loro pulizia di forme simboleggiano la perfezione.
Il suo è uno stile che può essere considerato una sintesi fra il dadaista e il surrealista, invenzioni scenografiche che creano immagini cariche di forza e originalità e che, grazie all’ottima tecnica di ripresa e qualità di stampa, acquistano ancora maggior interesse.

Franco Zerman

anteprima di alcune fotografie tra le più significative


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® Enrico Fuochi