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Percezioni

Il mondo in cui si dibatte il pensiero parte solitamente da molto lontano per arrivare a ciò che ci è molto vicino; mentre la fotografia – e quella di Enrico Fuochi ne costituisce un esempio singolare – parte da elementi che ci sono molto vicini per approdare al di là dell’orizzonte. Di più: l’opera di Fuochi si muove nel solco di un processo di modernizzazione in cui l’immagine diventa, soprattutto, elaborazione dell’intelletto in rapporto al nostro «in der Welt sein». Partendo da specifiche individuazioni formali, Enrico Fuochi ricostruisce, in modo del tutto personale, un percorso biografico attraverso i ritratti di persone e delle loro identità professionali, realizzando, col medium fotografico, un’ideale collocazione di quello che potremmo definire l’aspetto cruciale dell’estetica: il momento della narrazione: di una narrazione attraverso la quale è possibile assicurare, partendo da elementi del tutto reali, la partecipazione ad universi immaginari, a mondi altri.
La comunicazione visiva ci dice in ogni momento di cosa stiamo parlando (nel senso «da dove siamo partiti»); ma lascia, poi, aperto il campo interpretativo nel rispetto di un epoché, di una sospensione del giudizio inevitabile, perché complesso e articolato è il range di sentimenti che ognuno di noi ha dentro di sé. Le immagini possono pertanto essere caricate di contenuti simbolici ottenuti attraverso un processo di costruzione/decostruzione di forme elementari (rappresentazioni significative della vita), che si propongono al nostro campo di percezione in maniera dinamica, secondo tensioni direzionate. Per dirla con Arnheim, è come se il soggetto e l’oggetto, caricati di una propria forza fenomenica, venissero arricchiti di una tensione che fornisce a tutti gli elementi in gioco un “carattere”: una specificità espressiva che, nello momento in cui richiamano altri elementi, al tempo stesso da questi si discostano.

Aldo Nardi

anteprima di alcune fotografie tra le più significative

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® Enrico Fuochi